This entry was posted on 27 gennaio 2012 at 08:06 and is filed under frammenti. Segui i commenti a questo post con il feed RSS 2.0.
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caro prof. W., ho ritrovato sotto un cumulo di carta, nel mio laboratorio, un vecchio quaderno di appunti che scrissi nel ’90, sfogliandolo ho trovato alcune annotazioni e questa mi è piaciuta
non mi ricordo però il contesto nel quale la scrissi, forse non mi riferivo a questioni scientifiche o epistemologiche ma a questioni psicologiche e soggettive, chissà
è un frammento, tratto dalle macerie della mia innata tendenza all’oblìo
carissima e., correva l’anno 1990, ero papà da due anni, non mi ricordo assolutamente perchè scrissi la frase, ma fu senz’altro in quel senso che hai inteso tu, cioè che spesso è molto meglio non rendersi conto, diciamo essere un po’ ingenui, anche
questa bella considerazione socratica, caro prof. w., è giusta; ma io penso che valga come considerazione di fondo, come prospettiva generale, ma a volte, specie ad esempio nelle vicende umane concrete, esistono illusioni e disillusioni; quante volte una persona la riteniamo amica e poi si rivela ingannatrice? quante volte l’oste ci rifila dell’ottimo vino, e ci pare tale, nell’atmosfera della serata amichevole, mentre invece è dozzinale bevanda da discount versata nella brocca?
insomma, come da bambini, era meglio credere che esiste babbo natale, che sapere la verità;
senza illusioni ed entusiasmi esagerati la vita non ce la fa a camminare, forse
Caro Diego,
siamo perfettamente d’accordo. Con la mia osservazione volevo solo ironicamente porre l’enfasi sul fatto che non c’è alcun bisogno di desiderare la beata ignoranza: è lo standard della nostra vita. Nelle favole credono, infatti, o meglio crediamo ancora tutti…mi consenta di non approfondire oltre.
28 gennaio 2012 alle 13:21 |
Caro Diego,
credo che nel 1990 (22 anni fa) lei fosse molto ottimista nel suo pessimismo.
28 gennaio 2012 alle 14:43 |
caro prof. W., ho ritrovato sotto un cumulo di carta, nel mio laboratorio, un vecchio quaderno di appunti che scrissi nel ’90, sfogliandolo ho trovato alcune annotazioni e questa mi è piaciuta
non mi ricordo però il contesto nel quale la scrissi, forse non mi riferivo a questioni scientifiche o epistemologiche ma a questioni psicologiche e soggettive, chissà
è un frammento, tratto dalle macerie della mia innata tendenza all’oblìo
30 gennaio 2012 alle 16:23 |
Io concordo. E talvolta preferisco una nebulosa ignoranza..
30 gennaio 2012 alle 16:53 |
carissima e., correva l’anno 1990, ero papà da due anni, non mi ricordo assolutamente perchè scrissi la frase, ma fu senz’altro in quel senso che hai inteso tu, cioè che spesso è molto meglio non rendersi conto, diciamo essere un po’ ingenui, anche
30 gennaio 2012 alle 23:16 |
Cari amici,
lasciatemi dire, socraticamente, che non corriamo mai il rischio di non vivere in una “nebulosa ignoranza”.
31 gennaio 2012 alle 08:52 |
questa bella considerazione socratica, caro prof. w., è giusta; ma io penso che valga come considerazione di fondo, come prospettiva generale, ma a volte, specie ad esempio nelle vicende umane concrete, esistono illusioni e disillusioni; quante volte una persona la riteniamo amica e poi si rivela ingannatrice? quante volte l’oste ci rifila dell’ottimo vino, e ci pare tale, nell’atmosfera della serata amichevole, mentre invece è dozzinale bevanda da discount versata nella brocca?
insomma, come da bambini, era meglio credere che esiste babbo natale, che sapere la verità;
senza illusioni ed entusiasmi esagerati la vita non ce la fa a camminare, forse
31 gennaio 2012 alle 10:52 |
Caro Diego,
siamo perfettamente d’accordo. Con la mia osservazione volevo solo ironicamente porre l’enfasi sul fatto che non c’è alcun bisogno di desiderare la beata ignoranza: è lo standard della nostra vita. Nelle favole credono, infatti, o meglio crediamo ancora tutti…mi consenta di non approfondire oltre.