pensando un po’ a Rousseau

«Il desiderio di un’esistenza semplice o naturale, di una liberazione dalle costrizioni e dai vincoli del nostro tempo, ha preso proprio questo contenuto: è un’aspirazione verso una vita in mute isolate. Cacce alla volpe in inghilterra, traversate oceaniche in piccole imbarcazioni con scarso equipaggio, volontarie reclusioni in un convento, [...] a tutte queste queste situazioni arcaiche è comune l’immagine di un piccolo numero di persone in stretti rapporti le une con le altre e impegnate in un’impresa ben chiara, di grande determinatezza, esattamente circoscritta.» (E. Canetti, Massa e Potere, Adelphi, p. 141)

È noto come a volte le persone benestanti, appartenenti a famiglie che hanno sconfitto da generazioni il rischio della miseria, amino affrontare viaggi ed attività piuttosto disagevoli, spendano denaro e fatica per fuggire dalle comodità, per sentirsi restituire la certezza di essere pochi. Una nostalgia che affiora facile. A volte basta solo un orizzonte che si allarga, una distesa finalmente libera dall’umano brulicare, per sentirsi lontani dalle scartoffie, e percepire chi ci cammina a fianco non come un banale bancario ma un guerriero di antica e fiera schiatta.

Illusione, costosa fuga, in molti casi. Però ammetto che qualche bella passeggiata in solitario, è consigliabile. Ma senza montarsi troppo la testa, perchè la bellezza di un bosco, la finezza di un’aria pulita, il nitore di una luce al mattino, ci fanno sembrare i nostri pensieri troppo belli, troppo giusti. Meglio pensare sul tram, fra la gente, senza fuggire, perchè è facile filosofare da lontano, troppo.

So bene che Canetti stava pensando a ben altro, mentre cesellava la sua magnifica prosa (tradotta da un grande come Furio Jesi), ma qui, nel mio ripostiglio, amo divagare e mi scuso in anticipo.

 

4 Risposte a “pensando un po’ a Rousseau”

  1. Orientalia Dice:

    Diego, la gente, anche chi amiamo di più, semplicemente ci distoglie da se stessi, da quel piccolo rifugio interiore, dove si trova la pace, di cui abbiamo tanto bisogno. Proprio per stare in tram, fra la gente, con il mondo. Penso che siano complementari.

    In ogni caso, e parlo di me, se non andassi per campi e boschi (e mare, specialmente) soffocherei. Anche in compagnia, ma in silenzio.

    • diego Dice:

      carissima e., tu hai tutto il diritto di cercare quel momento di pace interiore, perchè di certo, e non lo scrivo per semplice gentilezza, tu spesso «stai nel mondo» in maniera molto attiva ed importante, con i tuoi studi, con i tuoi viaggi in oriente, scrivendo e lavorando con coraggio e tenacia per i diritti delle donne e delle persone, quindi di certo te lo meriti pienamente quel «piccolo rifugio interiore»

      sono gli intellettuali di provincia (come me…) il bersaglio della mia garbata ironia

  2. Prof. Woland Dice:

    Caro Diego,
    a proposito del tram: quando Elias Canetti abitava a Vienna nella Himmelstraße prendeva tutti i giorni il tram 38 per “scendere” a Vienna. Il viaggio durava mezz’ora e per Elias era una meravigliosa avventura. Sedeva e fingeva di leggere ma in realtà studiava i passeggeri uno ad uno: un’attività che lo affascinava.
    Tutti noi dovremmo riscoprire il fascino del tram

    • diego Dice:

      caro prof. w., mi sconvolge un po’ la somiglianza d’abitudini fra me e il caustico e geniale Canetti, difatti uso il tram come luogo di riflessione sulle umane vicende e siccome abito a fianco ad una asl, ho un bel campione di umanità sofferente ogni mattina; spesso le mie bislacche riflessioni emergono lì, a quel contatto;

      a volte salgo sul tram con un libro da leggere, tanto ho l’abbonamento, e giro in tondo la città, senza scendere (abito al capolinea, quindi poi mi riporta a casa)

      preziosissimo interloquire con lei prof. w., anche se stavolta la cosa è sottilmente inquietante…

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