Quando sugli Stati Uniti stava imperversando l’uragano Irene, la sentinella del 3º Reggimento di Fanteria non ha interrotto il suo turno di guardia, così mi informa un blog che seguo costantemente. Montare la guardia sotto l’uragano non è ovviamente un compito rilassante, ma nel cimitero nazionale di Arlington, ovviamente, il servizio non si è interrotto. La Tomba del Milite ignoto vede il soldato che va su e giù, ininterrottamente, dal 6 aprile 1948.
Io non sono sicuramente un amante della retorica militare, e so bene quanto l’omaggio simbolico ai caduti non restituisca i giovani alle proprie madri, non renda la gioventù rubata ai ragazzi mandati a morire, non attenui l’ingiustizia per cui alcuni per la guerra muoiono, altri invece lucrano grossi affari.
Ma il mio modesto ragionare si attarda su un altro tema, quello del rito perenne, ininterrotto. In molti rituali, militari, religiosi, politici (nel senso di identità della pòlis) proprio la non interruzione, qualunque cosa accada è l’essenza del rituale stesso. Non avrebbe senso montare la guardia perenne e poi interromperla ogni tanto, giacchè proprio il suo essere perenne è il messaggio che vuole trasmettere.
Del resto, anche una ricorrenza, un giorno di celebrazione, trova la sua forza, la sua potenza evocativa, proprio nell’idea che non potrà mai essere abolita, proprio nel suo appartenere ad un tempo ciclico e quindi infinito (non infinito lineare, ma un infinito ciclico, che ritorna)
Scrive la studiosa Enrica Garzilli:
«D’altronde le parti ritualistiche di molti testi indiani scritti o redatti dopo Cristo, incluso gli Agama, si sono conservate proprio per questo: perché era indispensabile conservarle identiche. Le parti dedicate alla conoscenza, per esempio, sono spesso andate perse.
Non parliamo poi dei Veda: memorizzati e trascritti perché rimanessero sempre uguali. La recitazione dei Veda è un rituale in sé. I rituali vedici, l’ultimo grandioso dei quali è stato celebrato mesi fa, sono identici dal 1800 a. Cristo circa a ora. Quello che è stato celebrato mesi fa in India è identico in tutto e per tutto a quello celebrato 4000 o 3000 anni fa.»
Sono convinto che ogni edificazione umana, sia essa un rito, un monumento, un pensiero scritto per durare, sono un chiaro tentativo di sconfiggere la morte, la provvisorietà individuale, proiettando l’eterno, il durevole, sul rito collettivo.
Siamo provvisori, per questo inventiamo il perenne.
10 settembre 2011 alle 15:29 |
Il rito, almeno quell indiano antico, *è un mezzo*, non un tentativo, un mezzo diretto per sconfiggere la morte. La morte individuale e la morte del mondo.
D’altronde i mantra che accompagnano i riti sono delle invocazioni, talvolte prive di significato razionale, per non morire o per allontanare la morte. Spesso sono un insieme di suoni o di sillabe e accompagnano sempre il rito: significa che l’importante non sta nel “significato”, ma nel significante. Non nella cosa in sé ma in quello che sottende la cosa: il rituale appunto, che va a toccare la volontà (anzi, il desiderio) e l’inconscio.
Il rito pesca nelle radici più profonde del’uomo. Ma non è quel tipo di rito o quell’altro: è l’officiare il rito che conta. La ripetizione sempre uguale.
D’altronde, lo sanno bene le mamme che addormentano i bambini con gesti sempre uguali o con canzoni sempre uguali. A me mi addormentavano con favole., sempre uguali, sempre le stesse due, sempre lette nello stesso modo. E se sbagliavano a leggerle allora dovevano ricominciare da capo per rifarle identiche a sempre.
In breve, il rito è ipnotico e rassicurante. Non ha solo un valore simbolico, ha un potentissimo valore in sé come pacificatore dell’anima.
Secondo i Veda senza il rituale la mattina non nasce il sole! I brahmana antichi (le persone, non i testi) ritenevano (anche ora qualcuno lo crede) che senza i loro rituali il sole non nascesse.
Alla mia obiezione a un pandit: prova a non officiare il tuo rito e vedrai, il sole nascerà uguale. La risposta era sempre: tanto c’è sempre qualcuno nel mondo che lo farà, nessuno lascerà morire il sole. Potenza del rito!
11 settembre 2011 alle 11:38 |
grazie del commento/approfondimento, cara boh, così ricco e appropriato
12 settembre 2011 alle 15:01 |
Carissimi amici,
comprendo lo spirito delle vostre osservazioni ma lasciatemi dire che non dobbiamo generalizzare.
“il rito è ipnotico e rassicurante” e proprio per questo assai pericoloso! (Berlusconi docet).
La ripetitività e la costanza sono neutre. A mio parere conta solo il significato e non il significante.
Trovereste rassicurante il sacrificio umano atzeco ripetuto per generazioni e generazioni, come quello di far piangere innocenti bambini prima di essere immolati al dio della pioggia Tlaloc? O il rito per celebrare Huehueteotl, dio del fuoco e divinità più anziana, che prevedeva una cerimonia in cui avevano luogo grandi feste che si concludevano con il rogo di prigionieri che, prima di morire, venivano estratti dalle fiamme e a cui veniva asportato il cuore?
Scusate il mio disaccordo ma anche nel caso della guardia negli USA, io avrei interrotto il servizio della povera sentinella: non tollero che la retorica soppianti la ragione e i sentimenti. Un’eccezione l’avrei potuta accettare se il turno di guardia lo avesse fatto il Segretario alla Difesa Leon Edward Panetta.
Infine: non ha alcun senso sconfiggere ( o tentare di) la morte né quella individuale né quella del mondo e peraltro l’operazione è del tutto inutile. Semmai poteva avere un senso per civiltà che credevano davvero si potesse in qualche modo invocare l’aiuto delle divinità. Scusante non piccola.
Gli Aztechi, per esempio, credevano che, se non avessero placato Huehueteotl, una piaga di fuoco avrebbe colpito la città.
Molto più razionali e coerenti di noi dunque.
Ma noi? Con tutta la nostra scienza, sapienza, cultura?
W
12 settembre 2011 alle 15:41 |
però, caro prof. w., nel mio scritto non c’è questo «salto» alla giustificazione di riti cruenti, ma solo una considerazione antropologica sulla costanza del fattore «eternità» oppure «non interruzione» in tanti umani rituali;
se poi vi sono dei rituali condannabili ovviamente li condanneremo, ma è la loro essenza, quella che a me interessava;
quindi io ravviso (può essere anche a torto) certi segnali anche nei rituali della nostra civiltà (sia chiaro: non dò un giudizio di valore, ma constato che ci sono);
inoltre, nella psicologia individuale, la tendenza al rituale rassicurante, è ben presente; io sono già abbastanza anziano da avere parecchi amici che sono nonni: costoro vedono nei nipoti un senso di vita che si perpetua, la loro gioia più profonda, non dissimile da quella che proviamo noi quando ci nasce un figlio; cioè la sensazione di aver sconfitto la morte
la nostra scienza, la nostra cultura, sono un piccolo recente strato sulla profondità ancestrale di un passato di decine di migliaia di anni almeno, e questo, è l’oggetto del mio pensare (tanto penso gratis, quindi penso quel che mi pare…)
grazie per l’osservazione, interessante e stimolante, caro prof. w.
12 settembre 2011 alle 16:18 |
Il fatto che il rito sia ipnotico e rassicurante non lo dico io. E’ provato scientificamente che ogni cosa ripetuta per n numero di volte nello stesso modo allenta i freni inibitori della coscienza e diventa ipnotica (e rassicurante). E’ come guidare per lunghe distanze di notte, per chi sa guidare bene rischia di diventare un rituale, quindi ipnotico e rassicurante: e di far abbassare la guardia, appunto.
E in ogni modo mi sono riferita ai prof di Leiden che si fanno officiare la messa cattolica in latino e ai bambini con le favole. Mi scusi ma B c’entra assolutamente niente (se non che ormai sembra diventata un’abitudine di tutti invocare esempi riferiti a lui per giustificare / attaccare tutto).
Anche la ripetizione del Rosario cattolico (ma c’è anche induista e buddhista) è ipnotica e rassicurante. Ed è un mantra e un rituale.
L’invocazione alla scienza è fuori luogo: parliamo di rito e di rituale, non di scienza. Due categorie dello scibile e due discipline (quale scienza? Lo studio del rituale vedico è una scienza, e molto antica) affatto diverse. Il rito vedico in sé pesca nell’inconscio: conta il significante. Tanto è che è accompagnto da mantra precisi, ma spesso privi di significato (anzi, le dirò di più, usa un alfabeto con lettere sanscrite vere, ma messe tutte in ordine diverso e che addiritttura ha delle lettere combinate in più).
La scienza ha molte discipline: una di queste è lo studio del rito. In sé, però, il rito non è una scienza. Di questo sto parlando, non di valori etici o morali, o di uso della scienza ecc.
In sunto: mi pare che la sua osservazione non sia pertinente.
12 settembre 2011 alle 17:02 |
mi pare chiaro: studiare (come fa la mia amica prof.ssa garzilli) o, semplicemente ragionare alla buona come posso fare io, intorno ad un rituale, non significa portare dei giudizi morali al riguardo
12 settembre 2011 alle 22:26 |
1. Non ho certo negato il fatto che il rito sia ipnotico e rassicurante (nè ho attribuito ad Orientalia la paternità della proposizione). Anzi sono partito da questa verità per affermare che l’ovvia implicazione è la pericolosità del rito qualora sia portatore di negatività.
2. Berlusconi è un esempio pertinente, a mio avviso, perché da 15 e più anni ripete un mantra che rassicura, a quanto pare, metà degli Italiani. Nel frattempo come ha appena dichiarato Giuliano Amato a otto e mezzo, il Paese è a forte rischi di default.
3. Potrei mai criticare lo studio di una qualsivoglia disciplina?
Tutti gli studi hanno eguale dignità e sono benvenuti.
Rifiuto però da scienziato l’affermazione “lo studio del rituale vedico è una scienza”. Gli elementi fondamentali del metodo scientifico sono l’osservazione sperimentale, la formulazione di un’ipotesi generale sotto cui un evento si verifichi e la possibilità di controllo dell’ipotesi mediante osservazioni successive che richiedono la ripetibilità dell’evento stesso. E voglio qui prescindere dalla teoria della falsificabilità per non appesantire l’argomento.
4.Il succo del mio intervento – il riferimento era alla sentinella – voleva essere questo: il fatto che seguire un rito sia benefico o rassicurante per chi lo segue non implica che deve essere necessariamente seguito. Anche fumare è un rito ed è rassicurante ma resta un pericoloso vizio e di proposito cito un esempio tra i più neutri.
Mi scuso per lo spazio rubato: sull’argomento non interverrò più.
Grazie.
W
13 settembre 2011 alle 08:46 |
in effetti, caro prof. w., i miei amici filosofi adottano talvolta il termine “scienze dure” per distinguerle dalle discipline che taluni per esempio definiscono “scienze umane”
certamente non tutta l’indagine e la riflessione umana è filtrabile con il metodo scientifico “classico”, anche se per esempio l’indagine storica si avvale di notevoli apporti scientifici (per esempio quando si studia gli anelli concentrici di un vecchio tronco e si stabilisce se, in quell’anno, c’era stata una siccità, con tutte le conseguenze economico sociali)
in effetti l’ homo arcorianus è avvezzo alla martellante ripetizione (egli non è il mio oggetto di studio preferito, lo ammetto, cerco di non pensarci…)
scriva le sue opinioni prof. w., qui da me son sempre ben accette e interessanti
13 settembre 2011 alle 11:48 |
la presenza massiccia di riti e rituali all’ interno di una comunità, piccola o grande che sia, quanto influisce nella sua evoluzione sociale? quando una comunità perde la “ragione” perchè inebriata dal rito stesso, non ne comprende più il significato di partenza e quello per cui il rito è stato creato, non perde nello stesso tempo anche la capacità d’ evolvere? se così fosse, il rito non assume alla fine solo lo scopo di manipolare le masse ( dico masse, pur sapendo che in un contesto di “società tradizionale”, tipo tribù e simili, è fuori luogo) , facendo passare in secondo piano tutto il resto?
sono dell’ idea che l’ uomo occidentale del 2000 potrebbe essere già maturo per fare a meno dei riti… potrebbe, s’ intende.
13 settembre 2011 alle 11:59 |
«sono dell’ idea che l’ uomo occidentale del 2000 potrebbe essere già maturo per fare a meno dei riti»
interessante considerazione/domanda, buon papibull
secondo me, l’uomo occidentale moderno ha bisogno di riti, solo che si vergogna di ammetterlo, salvo poi spendere tanti soldi per creare brands di successo
14 settembre 2011 alle 11:50 |
Caro Diego,
accolgo l’invito per segnalare un RITO antichissimo in cui migliaia di uomini infieriscono su un toro e vince la gara chi riesce a dare il colpo mortale. Bell’esempio di rito rassicurante.
http://video.corriere.it/spagna-agonia-toro-afligido-/9fced534-de35-11e0-aa0f-d391be7b57bb
Spero con questo esempio di chiarire il senso dei miei commenti.
W
14 settembre 2011 alle 12:11 |
questo non fa che rendere più profonda la domanda
se, nonostante l’orrore che rappresenta, a questo rito non si vuole rinunciare, vuol dire che la ritualità è innestata nel profondo del genere umano
io aborro la corrida, ma teniamo conto che altri milioni di animali sono maltrattati ed uccisi ogni giorno, in tutto il pianeta, per un nostro folle mercato di carne altrui
14 settembre 2011 alle 13:03 |
Caro Diego,
intanto “due errori non fanno una cosa giusta” e poi lo ripeto non si possono giustificare le situazioni adducendo il motivo che esse sembrano irrinunciabili o che sono di lunghissima consuetudine.
La schiavitù, il razzismo, lo sfruttamento dei minori, della prostituzione, la prostituzione stessa, il furto (i Greci avevano addirttura il dio dei ladri, Ἑρμῆς), la guerra, lo stupro…sembrano comportamenti eterni ma non per questo la nostra coscienza li accetta. Peraltro non li accetteremmo neppure se si dimostrasse che sono funzionali alla nostra specie.
Nel video si vedono centinaia di persone che si accaniscono a colpire un animale che soffre. Ho già detto che referendum abolirei per coerenza – e non sono vegetariano – anche il mercato delle carni ma tra questo e le immagini che invito tutti a guardare mi sembra ce ne corra.
W
14 settembre 2011 alle 13:52 |
in effetti, caro prof. w., qui l’argomento era la ciclicità, la ripetizione del rituale, non il rituale stesso;
è evidente che la civiltà attuale, per lo meno quella europea, non potrebbe accettare lo spettacolo dei gladiatori che si squartano nel colosseo, anche se studiamo e leggiamo con grande interesse i classici latini;
è la natura «ripetitiva» dei rituali quel che qui abbiamo discusso, il tentativo, tutto umano, di creare qualcosa di immutabile, di eterno, come risposta all’angoscia della morte;
anche il mondo greco, così affascinante per molti aspetti, con una letteratura e una filosofia meravigliose, era intriso di aspetti schiavistici e violenti che oggi non possiamo accettare;
io credo che le istituzioni umane entrino a far parte, in toto, della natura umana moderna (per capirsi, il pensiero di gehlen), per cui l’uomo è un tutt’uno, non esiste un uomo naturale da contrapporre ad un uomo artificiale;
però il «desiderio» di rituale, permane, la ripetizione rassicura, questo è un dato psicologico abbastanza palmare
14 settembre 2011 alle 14:25 |
il «desiderio» di rituale, permane, la ripetizione rassicura, questo è un dato psicologico abbastanza palmare
Ed infatti ero partito, carissimo Diego, proprio da questa incontestabile costatazione mettendone in luce la grande pericolosità. Il cerchio si chiude.
Certo poi che i riti del presepe o dell’albero di Natale ( a meno che non si “desertifichino” le abetaie) sono oltre che rassicuranti anche innocui e quindi si possono tranquillamente accettare (fino a prova contraria!).
Con affetto
W
15 settembre 2011 alle 16:54 |
“…Del resto, anche una ricorrenza, un giorno di celebrazione, trova la sua forza, la sua potenza evocativa, proprio nell’idea che non potrà mai essere abolita…”
Allora sei daccordo con me che è per quello che ci vogliono scippare 25 aprile e primo maggio!
Evviva il rito, non ho nessuna intenzione di rinunciare al tè del pomeriggio, la donna del 2000 non è pronta per l’abolizione dei riti, no no! ;)
:D
Scusate il mio basso livello da profana, incolta, ma mi pare di leggere un po’ di mescolanza tra il mezzo (scrittura, computer, rito …)
e quello che il mezzo serve a veicolare.
Diego sempre interessante leggere il tuo blog.
15 settembre 2011 alle 17:24 |
in effetti cara vera, che anche il primo maggio e il 25 aprile erano nei miei pensieri, mentre scrivevo il mio appunto
15 settembre 2011 alle 17:35 |
Cara Vera anch’io tengo al primo maggio ed infatti ho scritto un post contro la sua abolizione
http://nellacittainvisibile.blogspot.com/2011/05/calderoli-abolizione-festa-1-maggio.html