Quando ero un adolescente inquieto, nel momento della foto di gruppo, in famiglia, normalmente mi atteggiavo a superiore a questi rituali piccolo borghesi, e snobbavo la foto in posa in nome di una fantomatica autenticità del vivere, che era in realtà una roba letteraria mia.
Quindi, come un somaro riottoso, mi collocavo con i miei davanti alle modeste Kodak instamatic dell’epoca. Giorni dopo (allora aspettavi tre giorni prima di vedere le foto e sembrava un tempo record) appariva la mia faccia da scemo, con quei peletti che definivo barba, insieme ai volti allegri e davvero contenti dei miei.
Ora, a distanza di quarant’anni, capisco come invece quelle foto, quelle foto davanti alla tavola imbandita, dove splende il sorriso di qualcuno che magari non c’è più, fossero il senso di una vita.
Ho amici fotografi, e un paio davvero bravi, e so bene quanto siano magnifiche quelle foto di Cartier Bresson ove coglie degli attimi, degli sguardi, dei gesti densi e l’aver colto al volo quegli scatti è arte, grande arte.
Ma la foto in posa, la foto in cui una persona sceglie di partecipare alla foto, sceglie di offrire al futuro quel suo volto, quel suo vestito, quel suo momento solenne, non è affatto una foto banale. Direi che è una foto profondamente rituale, che porta già in se stessa, come un seme piantato nella terra, l’arbusto del futuro.
Un album di foto è la storia di una vita, ragazzi miei. E più passa il tempo, più la potenza evocativa delle foto aumenta.
Oggi forse col digitale si scatta troppe foto, torniamo a scattare poco, senza vergogna dei sentimenti, nei momenti importanti. Click.
3 novembre 2010 alle 12:34 |
sì certo, per questo nei blog sono tutti così attenti alla foto che mettono (non come me che ho messo l’unica che avevo al momento).
Immagine, rito, messaggio, ricordo, impressione, tutto.
3 novembre 2010 alle 13:51 |
se è quella dove scatti la foto, cara boh, è un’immagine ben azzeccata, anche un pò misteriosa
in effetti le foto, le vecchie foto, quando le rivedi dopo anni, hanno una potenza evocativa a volte inaspettata
3 novembre 2010 alle 21:57 |
Siamo bulimici di digitale: nelle foto, nella tv e altrove è tutto ‘digitale’. Un mondo già saturo di bit, di parole, di scatti.
3 novembre 2010 alle 22:14 |
diciamo, caro federico, che non sarebbe il digitale “in sè” il male, ma il fatto che il digitale consentendo un flusso torrenziale di immagini, favorisce questo comportamento poco riflessivo
non son pochi quelli che vanno in viaggio con una macchina digitale e poi tornano con centinaia e centinaia di scatti e ci riempiono un hd, così che nessuna immagine poi ha un senso, una pregnanza reale, un “mondo” da significare
buon federico: forse se ti colleghi con la mail del primo tuo post il filtro non blocca, perchè io avevo sbloccato, ovviamente, i tuoi graditissimi commenti
3 novembre 2010 alle 23:47 |
diego sono stata criticatissima per la foto. Da esperti, da lettori, e anche da amici che dicevano per scherzo “ma non pulisci il vetro?”
Sembra piaccia solo a me.
4 novembre 2010 alle 10:30 |
che piaccia a te, è quel che conta
le persone colte si vergognano a dire che una cosa gli piace, pare loro di non essere profondi ed acuti
un mio amico filosofo ed artista mi ha spiegato, giorni fa: il giudizio degli altri va rispettato, ma per nulla considerato
5 novembre 2010 alle 18:55 |
eheh saggio quel tuo amico, un filosofo a tutto tondo:)
5 novembre 2010 alle 19:54 |
lo conosco da poche settimane
ci siamo incontrati in filobus, è un personaggio interessante, scriverò qualcosa su di lui, qui