Talvolta la sera, come tanti da queste parti, mi ritrovo a passeggiare per il centro di Sarzana. Cittadina bellissima, che riesce a trasmettermi, le sere d’estate, il senso del buon vivere, del saper vivere. Non di rado vedo qualche bella coppia, appena sposati, uscire dal municipio e iniziare la serata di festa, con amici e parenti. Qualche tempo fa, vidi uscire una bella sposa in rosso. La forza di quel colore, sotto le luci della sera, riusciva a staccarsi dal consueto, riusciva ad evocarmi un che di ricco, di perfettamente armonico con la bellezza del luogo, col fluire della vita ben vissuta che vi si respira.
In realtà ai nostri giorni l’abito da sposa è ancora percepito come l’abito bianco. Impreziosito spesso da trame e lavorazioni speciali ma, essenzialmente, bianco. Tutt’al più si manifesta la variante ecru, come un tentativo di sfuggire un bianco troppo bianco, ma comunque sempre una variazione che attenua ma non sovverte. Se non si conosce la vera storia del colore, la vera storia degli abiti da sposa, si è portati a ritenere la sposa in bianco come la tradizione assoluta, a ritenere che da sempre, nelle classi agiate e tanto più in quelle popolari, le spose sono in bianco. Non è così. Il bianco per le spose si afferma soltanto a partire dalla fine dell’800, in concomitanza col radicarsi dei valori borghesi, che divengono modello anche per le classi inferiori (i piccoli borghesi per esempio). In questi valori di laboriosità e misura non c’è posto per i colori squillanti, per i colori vivaci. Il bianco, già adatto in quanto da sempre simbolo di purezza, è la soluzione. Come ben spiega Michel Pastoreau nel suo i colori del nostro tempo, per secoli, nel mondo rurale, le spose sono state vestite di rosso. Anzitutto del bianco per testimoniare la verginità non ce n’era bisogno in quanto la si dava per scontata, e poi comunque la giovane che andava in sposa andava col suo abito più bello, e quest’abito era sempre rosso. E qui interviene la storia dei colori, che è anche storia della tecnologia della tintura. Il rosso era relativamente facile da ottenere. Per tingere di rosso le stoffe si usava la garanza, una pianta che ben si prestava alla tintura, attraverso la mordenzatura facilmente (almeno rispetto agli altri colori) si coloravano a fondo le fibre. Di qui l’uso abbondante del rosso, fin dall’antichità, mentre per il blu e il nero si arrivò molto più tardi alla capacità di colori saturi e soprattutto stabili per le stoffe. In alcune lingue il termine rosso e colore sono sinonimi, infatti. Così il rosso per secoli è stato il colore dominante a rappresentare la festa, la gioia, l’allegria.
Certo, una sposa in rosso oggi non è scelta dovuta alle limitazioni della tecnica, me è, per me, comunque, una sposa bellissima.
l’immagine è tratta da una foto di Mauro Fioravanti

17 luglio 2010 alle 19:41 |
Mi fai pensare che al mio paese i matrimoni tradizionali vengono celebrati con il “costume sardo” che non ha caso é di velluto rosso e nero.
17 luglio 2010 alle 21:33 |
ottimo contributo, gentile liz, che conferma la persistenza del rosso come colore nuziale nella tradizione popolare
21 luglio 2010 alle 12:46 |
anche in India, Pakistan, Bangladesh, Sri Lanka, Nepal e in Cina le spose sono in rosso, o rosso con bordature d’oro! Il rosso è il colore della festa e della felicità e, come dicono in sanscrito, del rajas, cioè del sentimento della passione, dell’intensità, delle forti emozioni, anche della lotta. Tutte cose in sé negative, specie in un’ottica religiosa, ma che si adattano benissimo al momento e nell’occasione diventano positive e simboliche di un momento speciale (e anche molto “fisico”).
21 luglio 2010 alle 13:08 |
oltre ad apprezzare questo competente commento, sono anche lieto di rileggerti, cara enrica, anche se (forse) vuol dire che hai terminato la tua vacanza