troppo democratiche, certe tecnologie

Nel 1839 Daguerre inventò la prima tecnologia fotografica. Il processo era complicato e costoso, e quindi il settore era limitato ai professionisti. Intorno al 1870 vennero realizzate delle lastre asciutte, e questo permise di separare l’operazione della fotografia da quella dello sviluppo, consentendo quindi una maggiore comodità nell’organizzare l’attività fotografica. Erano comunque lastre in vetro, costose e quindi non accessibili a fotografi dilettanti, se non particolarmente danarosi.
Nel 1888, fu a George Eastman, un dilettante, che venne l’idea chiave, quella che avrebbe cambiato la storia della fotografia. Eastman comprese che una pelicola flessibile, sarebbe stata adatta ad essere avvolta attorno ad un fuso, insomma inventò il rullino. A quel punto, portando i rullini presso dei laboratori ad hoc, si rendeva possibile una drastica riduzione della spesa per i singoli fotografi, e poteva nascere la fotografia amatoriale.
Con i rullini nacquero così le prime macchine Kodak, semplici, meno costose, alla portata di molti appassionati.
Dal manuale delle prime Kodak:
Forniamo a chiunque, uomo, donna o bambino, che sia dotato dell’intelligenza sufficiente per puntare una scatola diritta e premere un pulsante, uno strumento che elimina completamente dalla pratica della fotografia la necessità di appositi laboratori o, di fatto, di qualsiasi conoscenza specifica sull’arte stessa.
Le conseguenze di questo cambiamento sono state enormi, perchè si è creato un mondo che non c’era. Oggi ci pare normale, andiamo a fare una gita al Lago d’Iseo, e scattiamo le nostre foto ricordo, il nostro gatto gioca con il gomitolo e clik!, rendiamo questo momento domestico immortale. Quindi tutte le vite di persone comuni diventano degne d’esser raffigurate, mentre in passato solo i ricchi, i nobili, i grandi religiosi, potevano permettersi il lusso d’un ritratto, e solo tutt’al più chi sapeva disegnare poteva fermare sul foglio una scena di vita, un evento. Era finita la dimensione elitaria dell’immagine.
Questa la storia della tecnologia, ma il successo e l’enorme sviluppo della fotografia si debbono anche a delle fondamentali decisioni giuridiche. Infatti negli Stati Uniti fu domandato alle corti di giustizia se il fotografo avesse l’obbligo comunque di chiedere il permesso per riprendere un palazzo, un ponte, una nave, un campo di grano. Per fortuna, allora, saggiamente, fu stabilito che per riprendere un edificio, un manufatto, un luogo, già visibile al pubblico, non fosse necessario un permesso. Fu stabilito che non occorreva permessi, salvo casi particolari, per fotografare ciò che era già visibile a tutti.
Immaginiamoci cosa sarebbe successo se fotografare fosse stato possibile solo esibendo un permesso ad hoc, rilasciato dal creatore del soggetto. Ovviamente sarebbe esistita solo la fotografia professionale, solo quella disposta ad accollarsi le spese di licenza, e la fotografia amatoriale, responsabile dell’enorme sviluppo tecnologico successivo, sarebbe stata soffocata nella culla.
Ovviamente viene spontaneo il parallelo con i nostri tempi. Abbiamo nuove tecnologie di comunicazione e condivisione estremamente democratiche, così troppo democratiche che a qualcuno arrecano molto fastidio, tanto che è un susseguirsi di peana a favore della difesa del diritto d’autore, della proprietà intellettuale, evocando l’orrore di chi ruba le idee altrui.
Ancora una volta, la tecnologia mette in gioco grandi problemi, tensioni fra chi a tutti i costi cerca di usare le carte bollate per fermare il processo e chi, al contrario, cerca di utilizzare al meglio le nuove opportunità. Detto questo, come andrà a finire stavolta, io di certo non lo so.
La fonte di queste riflessioni e di tanti altri argomenti interessanti è qui.

8 Risposte a “troppo democratiche, certe tecnologie”

  1. Enrica Garzilli Dice:

    anche io in certi casi invoco il diritto d’autore, specie quando l’autore sono io.:) Scherzi a parte, è un grosso problema. D’altronde, fino a che si richiedono pubblicazioni come titolo, è ovvio che uno se le difenda perché sono anche un mezzo di lavoro.

  2. diegod56 Dice:

    cara enrica, in effetti il problema del “come” remunerare il lavoro di chi produce un contenuto, è quello più difficile da risolvere; in effetti è vero che ad esempio tu scrivi articoli e soprattutto libri frutto di un grande lavoro e questo lavoro “chi?” lo retribuisce?
    in realtà però gran parte di coloro che scrivono non è che vivono della loro scrittura, anche quando sono autorevoli, salvo gli autori dei best sellers, la pagnotta deriva da altro, da una cattedra, da un lavoro tipo insegnante o simili, per cui ad esempio se tutti coloro che hanno un buon curricula di studi avessero un giusto lavoro, non si preoccuperebbero dei diritti sui libri scritti; io leggo solo saggistica in pratica, e gli autori in genere sono docenti universitari, non credo che, salvo le star alla remo bodei, vivano degli incassi dei libri; insomma penso che se chi studia avesse un giusto lavoro pubblico o privato, non ci sarebbe problema ad una diffusione libera del sapere; questo in teoria, per il resto è chiaro le tecnologie evolvono e le conseguenze nel tempo non le sappiamo, le ipotizziamo, a volte sbagliando anche molto

  3. Enrica Garzilli Dice:

    diego, anche io insegno all’università ma con i soldi che danno ora, a meno che tu non sia ordinario confermato o associato confermato, non si vive proprio.

    Ti porto solo un esempio: l’università di Torino dà per i corsi anche specialistici per l’intero semestre 50 eu. Un ricercatore confermato prende poco più di 1000 eu al mese.
    E così via.

    Fortuna che sono Research Assistant ad Harvard (l’unica cosa che posso fare stando qui e non essendo più professore). E collaboro a diversi giornali (pagata, s’intende, regolarmente). Da notare che moltissimi ormai, anche blogger ben noti, quando collaborano non sono retruibuiti o con cifre simboliche.

    Anche alla Bocconi i corsi sono retruibiti poche centinaia di euro, da quanto mi dicono. Quando va bene danno poche migliaia di euro, per esempio alla Cattolica. Anche le università italiane dove insegnavo ora i corsi sono retruibuiti poche centinaia di euro.

    Insomma, servono solo per i professionisti che, potendosi fregiare del titolo di professore, percepiscono parcelle più alte. E’ questa la verità. O per chi fa marketing e lavori simili, perché vende la sua immagine.

  4. Enrica Garzilli Dice:

    ps ma se dicessi a chi collabora alle riviste che dirigo che i loro articoli sono consultabili liberamente e non hanno copyright, non potrebbero usarli nei concorsi, per i cv professionali e così via.

  5. diego b Dice:

    la tua testimonianza è interessantissima, perchè dall’interno del mondo della cultura; che dire? direi che il lavoro intellettuale è spesso pagato poco e male, compensato in parte dall’indubbio prestigio di taluni ruoli, ma che qualcosa non funziona è evidente

    e poi c’è questa faccenda dell’ossessione del curriculum o curricula come diavolo si chiama; ci sono stuoli di persone, musicisti, studiosi, artisti, insomma produttori di cultura, che ogni cosa che fanno son costretti a giudicarla col metro utile/inutile rispetto al curriculum; scherzando con un mio amico musicista gli ho detto: voi musicisti classici decidete tutto, perfino se ordinare la pizza margherita o la 4 stagioni a seconda dell’effetto sul curriculum; le cose non valgono di per sè, ma per il curriculum, difatti quel commerciante dilettante che trovò troia, schlimann o come diavolo si chiama, la trovò perchè non aveva problemi di curriculum, secondo me

    è un tema d’enorme interesse, questo del rapporto contenuti della cultura / problemi di chi la produce

  6. Enrica Garzilli Dice:

    sì, hai ragione, si trovano le cose più belle mentre si cerca qualcos’altro. Però la cultura si nutre di soldi, di appoggi, di consensi. Se non sei supportato, come qui in Italia, ti scoraggi anche. Se non c’è un ambiente che nutre, con cui scambiare ecc., ti scoraggi. E ti senti nutrito e stimolato allo scambio solo se la mensa è ricca. Altrimenti è una guerra fra poveri. In questo, ad Harvard si sta benissimo. Sei pagato per pensare e fra le tante cose che pensi e tenti qualcuna riesce bene, dà frutto.

  7. Enrica Garzilli Dice:

    sei pagato per cercare, per essere in cammino, Buona Pasqua!

  8. diego b Dice:

    grazie davvero, buona pasqua, ne ho bisogno

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